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venerdì 19 novembre 2010
domenica 7 novembre 2010
SEI GIA' LIBERO... QUI E ORA
consiglio di lettura:
"Sei già libero"
Un giorno al maestro Seng-ts'an si presentò un giovane che dichiarò: "Vengo da te perché cerco la liberazione".
"Chi ti ha incatenato?" gli domandò il maestro.
"Nessuno."
"Allora, sei già libero".
"Chi ti ha incatenato?" gli domandò il maestro.
"Nessuno."
"Allora, sei già libero".
Lo stato di realizzazione passa attraverso una fase di conoscenza. Ma non si tratta di una conoscenza letterale, culturale, intellettualistica. È un sapere che non ha a che vedere con qualcosa in particolare, piuttosto che qualcos'altro: è essenzialmente - appunto - un realizzare. Quando si dice: "Ho realizzato che...": è come dire di averlo capito, ma non solo a un certo livello, bensì totalmente, integralmente, con tutto me stesso. L'ho realizzato, quindi non ne sono più separato, ma l'ho fatto completamente mio: è duplice la realizzazione. Cioè ciò che realizzo, realizza me stesso: questa conoscenza, questa gnosi, è anche una trasformazione. Ma la trasformazione avviene su un piano puramente relativo, soggettivo: non è qualcosa di pienamente reale, oggettivo. C'è e non c'è. Perché non c'è? Perché non si tratta di passare da un piano a un altro: soprattutto non è la costruzione di qualcosa, non è l'ottenimento di una novità. Per l'ennesima volta: non è un passare da un certo stato a un altro. È invece un accorgersi, un aprire gli occhi.
Realizzi ciò che è, ciò che già c'era. Di nuovo: è un accorgersi. La ricerca stessa di una liberazione è prodotta dal non-accorgersi. Appena realizzi la non opportunità di porti questo problema, realizzi anche il tuo stato originario di libertà. Pensavi di essere incatenato, ma era solo un tuo giudizio: ora hai fatto piazza pulita, le catene erano illusorie, e allora sei libero. Sei diventato libero: ma solo nel senso che è ora che l'hai realizzato; non che prima tu fossi meno libero. Semplicemente c'erano ostruzioni che ti impedivano di vederlo, di capirlo, di sentirlo: di realizzarlo. È per questo che non dice "Sei libero", ma "Sei già libero".
Ed è per lo stesso motivo che la meditazione è sia investigazione-conoscenza che realizzazione: non cambia nulla, non trasforma niente. Semplicemente: vede, si accorge, realizza. Realizza principalmente che quel 'chi' della frase "Chi ti ha incantenato?" è inesistente. Cercavi gli occhiali per la casa, ma erano semplicemente sulla tua testa!
Realizzi ciò che è, ciò che già c'era. Di nuovo: è un accorgersi. La ricerca stessa di una liberazione è prodotta dal non-accorgersi. Appena realizzi la non opportunità di porti questo problema, realizzi anche il tuo stato originario di libertà. Pensavi di essere incatenato, ma era solo un tuo giudizio: ora hai fatto piazza pulita, le catene erano illusorie, e allora sei libero. Sei diventato libero: ma solo nel senso che è ora che l'hai realizzato; non che prima tu fossi meno libero. Semplicemente c'erano ostruzioni che ti impedivano di vederlo, di capirlo, di sentirlo: di realizzarlo. È per questo che non dice "Sei libero", ma "Sei già libero".
Ed è per lo stesso motivo che la meditazione è sia investigazione-conoscenza che realizzazione: non cambia nulla, non trasforma niente. Semplicemente: vede, si accorge, realizza. Realizza principalmente che quel 'chi' della frase "Chi ti ha incantenato?" è inesistente. Cercavi gli occhiali per la casa, ma erano semplicemente sulla tua testa!
lunedì 13 settembre 2010
Non farsi inutili seghe mentali è molto zen...
CONSIGLIATO:
Un maestro offrì al suo discepolo un melone.
" Come ti sembra? " gli domandò, " Ha gusto? "
" Oh, si! Un gusto squisito! " rispose il discepolo.
Il maestro gli pose allora questa domanda:
" Dov'è il gusto, nel melone o nella lingua? "
Il discepolo rifletté e si addentrò nei meandri di un complesso ragionamento:
" Il sapore deriva dall'interdipendenza, non solo tra il gusto del melone e quello della lingua, ma anche dall'interdipendenza tra... ".
" Stolto! Tre volte stolto! " lo interruppe il maestro, in un impeto d'ira. " Perché complichi il tuo modo di pensare? Il melone è buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c'e bisogno".
(Tratto da: "La tazza e il bastone. Storie Zen Narrate dal Maestro Taïsen Deshimaru")
Aggiungerei: mangia e non rompere le palle con l'interdipendenza...il maestro zen lo avrà pensato di certo...
sabato 3 luglio 2010
RACCONTO ZEN...il sacerdote e il maestro
Un sacerdote incontrò un giorno un maestro zen e, volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò: "Senza parole e senza silenzio, sai dirmi che cos'è la realtà?"
Il maestro gli diede un pugno in faccia.
Libri Zen:
venerdì 2 luglio 2010
SVEGLIATI!
Una delle cose più importanti da capire, per ciò che riguarda l’essere umano, è questa: egli è addormentato. Anche quando crede di essere sveglio, non lo è. La sua attenzione, il suo stato di veglia, sono molto fragili; la sua presenza cosciente è così superficiale da non avere alcun valore. Il suo essere sveglio è solo una bella parola, assolutamente vuota di significato.
Voi dormite di notte e dormite di giorno: dalla nascita alla morte continuate a cambiare modalità di sonno, ma di fatto non vi svegliate mai. Non siate così sciocchi da credere che solo aprendo gli occhi siete svegli. Se non si apriranno i vostri occhi interiori, se il vostro intimo non si riempirà di luce, se non riuscite a vedere il vostro essere, chi siete, non crediate di essere svegli.
Questa è la più grande illusione in cui l’uomo vive. E una volta accettata l’idea che sei già sveglio, non si pone il problema di fare uno sforzo per svegliarsi.
Come prima cosa, devi far penetrare in profondità nel tuo cuore l’idea che stai dormendo, che sei addormentato, sei assolutamente addormentato. Tu sogni in continuazione. A volte sogni a occhi aperti e altre volte a occhi chiusi, ma sogni sempre e comunque: tu sei un sogno. Non sei ancora una realtà.
Naturalmente, qualunque cosa tu faccia in un sogno, è priva di significato. Qualunque cosa pensi, non ha alcun senso; qualunque cosa progetti, rimane parte dei tuoi sogni, e non ti permette di vedere mai ciò che è. Ecco perché Buddha ha insistito tanto – e non solo Gautama il Buddha, ma tutti i buddha hanno sempre messo una fortissima enfasi su un unico punto: svegliati!Continuamente, per secoli, l’intero insegnamento di tutti i buddha può essere contenuto in un’unica parola: svegliati!
E tutti hanno escogitato metodi, strategie, hanno creato ambienti e spazi, e campi di energia nei quali puoi essere risvegliato alla consapevolezza. Di fatto, se non vieni martellato, se non sei scosso alle fondamenta, non ti sveglierai mai. Il sonno è durato così a lungo che ha raggiunto il nucleo essenziale del tuo essere, ne sei sommerso. Ogni cellula del tuo corpo e ogni fibra della tua mente sono colme di quel sonno. Non è un fatto da poco. Ecco perché occorre un grande sforzo per essere svegli, per essere attenti, all’erta, per diventare un testimone.
Se c’è un argomento sul quale i buddha concordano, è questo: l’uomo, così com’è, è addormentato, e l’uomo dovrebbe essere sveglio. Essere svegli è la meta, ed essere svegli – l’attenzione consapevole – è il sapore di tutti gli insegnamenti dei buddha: Zarathustra, Lao Tzu, Gesù, Buddha, Bahauddin, Kabir, Nanak, tutti gli illuminati hanno sempre insegnato un’unica cosa… in lingue diverse, con metafore differenti, ma la loro canzone è sempre la stessa. Proprio come il mare sa di sale – sia che il sapore venga dal Nord o dall’Est, dal Sud o dall’Ovest, il mare sa sempre di sale – il sapore del Buddha è questo essere svegli.
– Osho, “La mente che mente” –
Fonte: tratto dagli ottimi siti
http://ilviaggiodelleremita.blogspot.com/ e http://petali-di-loto.blogspot.com/
mercoledì 30 giugno 2010
STORIA ZEN ...LA VECCHIA E LA SPILLA
"In un villaggio dell'India Settentrionale viveva una vecchina molto saggia e molto dolce e che per questo era amata da tutti. Un giorno gli abitanti del villaggio la videro che cercava con ansia qualcosa di fronte alla sua casetta (in quel tempo il villaggio stava attraversando grandi difficoltà nei rapporti interni).
Immediatamente tutti accorsero per chiederle cosa avesse smarrito, e la vecchina rispose che le era caduta una spilla antica che le era stata donata da sua madre che, a sua volta, l'aveva ricevuta da sua nonna, e per questo era molto affezionata a quell'oggetto. Naturalmente tutti si diedero da fare per aiutarla nella ricerca. Dopo alcune ore di ricerca senza esito, un giovanotto sbottò e disse: "ma nonnina, sapresti dirci almeno in che punto piu o meno pensi che la spilla ti sia caduta?". Candidamente la vecchina rispose: "dentro casa, vicino al focolare!". Il giovanotto, visibilmente irritato, chiese di rimando se per caso fosse impazzita a cercare fuori dalla casa cio che era stato smarrito all'interno. Con un sorriso la vecchina rispose: "nelle questioni materiali siete tutti bravi a sapere cosa fare, perché dunque continuate a cercare la felicità fuori di voi e non vi rendete conto che così facendo non la troverete mai?".
Fonte: tratto dall'ottimo sito
http://www.meditare.net/consapevolezza/cenni-sulla-consapevolezza
Immediatamente tutti accorsero per chiederle cosa avesse smarrito, e la vecchina rispose che le era caduta una spilla antica che le era stata donata da sua madre che, a sua volta, l'aveva ricevuta da sua nonna, e per questo era molto affezionata a quell'oggetto. Naturalmente tutti si diedero da fare per aiutarla nella ricerca. Dopo alcune ore di ricerca senza esito, un giovanotto sbottò e disse: "ma nonnina, sapresti dirci almeno in che punto piu o meno pensi che la spilla ti sia caduta?". Candidamente la vecchina rispose: "dentro casa, vicino al focolare!". Il giovanotto, visibilmente irritato, chiese di rimando se per caso fosse impazzita a cercare fuori dalla casa cio che era stato smarrito all'interno. Con un sorriso la vecchina rispose: "nelle questioni materiali siete tutti bravi a sapere cosa fare, perché dunque continuate a cercare la felicità fuori di voi e non vi rendete conto che così facendo non la troverete mai?".
Fonte: tratto dall'ottimo sito
http://www.meditare.net/consapevolezza/cenni-sulla-consapevolezza
domenica 20 giugno 2010
IL SEGRETO DELLA FELICITA'...QUI E ORA
CONSIGLIATO:
Fonte:tratto dal consigliatissimo sito
http://www.vivizen.com/
La Mia Vita di Attesa
Quando ero giovane, non vedevo l’ora di diventare grande. Oh, la libertà! L’età adulta mi avrebbe portato la felicità. Non vedevo l’ora.
Quando sono diventato adulto, non vedevo l’ora di trovare un buon lavoro. Questo certamente mi avrebbe portato felicità. Non vedevo l’ora.
Quando ho trovato un buon lavoro, non vedevo l’ora di avere un aumento. Quando ho ricevuto l’aumento, non vedevo l’ora di sposarmi. Quando mi sono sposato, non vedevo l’ora di comprarmi una macchina più bella. Comprata la macchina, non vedevo l’ora di acquistare una casa.
Quando ho acquistato la casa, non vedevo l’ora di… pagare tutti i debiti.
Potrei andare avanti, ma credo che il concetto che voglio esprimere sia sufficientemente chiaro. Nessuno dei miei desideri, una volta realizzato, mi ha mai condotto alla felicità, per il semplice motivo che mi trovavo nella predisposizione mentale di volere sempre di più. Quando ottenevo ciò che volevo, allora volevo qualcosa in più.
La mia felicità era sempre in attesa, perché volevo sempre raggiungere un nuovo obiettivo cui legavo la concretizzazione della mia felicità. Attendevo sempre di raggiungere un obiettivo per poter essere felice. E aggiungevo sempre nuovi obiettivi. E allora la felicità non c’era, era sempre in sospeso.
Mi ci è voluto un po’, ma alla fine sono riuscito ad individuare l’unico segreto per essere davvero felici:
Smettere di aspettare la felicità. La felicità è proprio qui, proprio ora.
Suona troppo semplice, forse, ma solamente assimilando questo concetto e cercando di metterlo in pratica ogni giorno, sono riuscito a far sì che la mia vita assumesse quel meraviglioso significato che oggi le riconosco.
Obiettivi e Desideri
E’ certamente positivo avere degli obiettivi – è parte della vita e del lavoro. Ma quanto della tua felicità trova fondamento nei tuoi obiettivi?
E’ anche naturale avere dei desideri, ma se la tua vita si riassume in una serie indefinita di desideri, uno dopo l’altro, e dedichi tutto te stesso al soddisfacimento di questi desideri, sarai sempre all’inseguimento della felicità, in attesa di raggiungerla.
Al contrario, cerchiamo di ricordare e mettere in pratica il segreto:
Smettere di aspettare la felicità. La felicità è proprio qui, proprio ora.
Sentiti libero di inseguire i tuoi obiettivi e i tuoi desideri… ma non far sì che la tua felicità dipenda dalla loro realizzazione. Non concepire la felicità come qualcosa che si concretizzerà con il raggiungimento di uno scopo.
La Vita è un Viaggio – Goditelo!
Forse è un luogo comune, ma credo davvero che la cosa importante non sia la destinazione, ma il viaggio. Non l’obiettivo, la realizzazione del desiderio, ma il viaggio, il fluire della tua vita.
Pensiamoci: se siamo felici solo quando raggiungiamo un obiettivo, che ne sarà del tempo impiegato per raggiungerlo? Nella nostra vita c’è molto di più che la realizzazione di un desiderio. Se sei felice solo quando arrivi a destinazione, vuol dire che sarai infelice per gran parte del viaggio.
Come riuscire a godersi il viaggio? Apprezzando l’esistenza in tutta la sua interezza, in tutta la sua straordinaria meraviglia. Senza guardare troppo al futuro, ma focalizzandoti sul presente, proprio qui, proprio ora. Guardandoti intorno, e realizzando che tutto ciò di cui hai davvero bisogno per essere felice è già qui.
Ciò di cui Hai Bisogno per Essere Felice
Di cosa hai bisogno per raggiungere la felicità? Hai bisogno di una macchina costosa, di una villa e di un milione di euro? Sei potessi realizzare all’istante ogni tuo singolo desiderio saresti felice?
O forse puoi essere felice già ora, con ciò che hai?
Possiamo guardare al cielo e renderci conto di quale miracolo sia? Possiamo ammirare un tramonto, un fiore, un bambino e comprendere quale miracolo abbiamo davanti? Possiamo, basta vivere ogni singolo momento in tutta la sua intensità. Ogni singola emozione in tutta la sua unicità.
E allora forse potremo realizzare che anche i nostri occhi sono un miracolo. Un miracolo che ci consente di vedere altri miracoli. Le nostre orecchie sono un miracolo, possono riempirci il cuore con le note di musica sublime, le nostre gambe possono farci danzare, le nostre mani possono abbracciare i nostri amici, possiamo regalare un sorriso a coloro che incontriamo sulla nostra strada. Tutti questi sono miracoli. E’ tutto questo ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici.
Ciò di cui abbiamo bisogno è il momento presente: trascorrere del tempo con le persone a cui vogliamo bene, guardare un film divertente, nuotare nel mare, assaporare del pane fresco, sdraiarsi e leggere un libro, correre sotto la pioggia, dare e ricevere un abbraccio.
Questo è tutto ciò di cui hai bisogno: smetti di aspettare la felicità. La felicità è proprio qui, proprio ora.
Tu? Stai aspettando qualcosa per poter essere felice? Sei in grado di trovare la felicità, proprio ora, in questo momento?
http://www.vivizen.com/
venerdì 23 aprile 2010
SCIENZA,COSCIENZA E DIO di Peter Russel
Per leggere l'articolo nella sua interezza è possibile visitare
http://stazioneceleste.blogspot.com/2009/10/scienza-coscienza-e-dio.html
Un sé vacillante
Quando questo sé si sente minacciato, tende a mettere in moto la paura. La paura è utilissima quando abbiamo a che fare con una minaccia che riguarda il nostro essere fisico. Non dureremmo a lungo senza di essa. Ma non è una risposta appropriata a una minaccia che riguarda un’identità psicologica artificiale. In questa forma la paura non aiuta, bensì danneggia la nostra sopravvivenza, e in vari modi.
La più triste e ironica conseguenza di ciò è che l’ansia ci impedisce di trovare proprio ciò che cerchiamo. Fondamentalmente, tutti vogliamo star bene. Naturalmente vogliamo evitare il dolore e la sofferenza e vogliamo sentirci in pace. Ma una mente ansiosa non conosce pace.
Gli altri animali, privi di linguaggio e di pensiero discorsivo, non hanno bisogno di rafforzare un illusorio senso di identità e perciò non conoscono queste paure. Probabilmente si sentono in pace molto più spesso di noi.
Trascendere il linguaggio
Sembra che la medaglia del linguaggio abbia anche un’altra faccia. Il linguaggio è impareggiabile per condividere conoscenza ed esperienza. Senza di esso la cultura umana non esisterebbe. E parlare interiormente a noi stessi può esser utilissimo quando abbiamo bisogno di concentrare l’attenzione su qualcosa, analizzare una situazione o fare dei piani. Ma altrimenti gran parte del nostro pensare è completamente inutile. Quando osservo l’attività della mia mente, trovo che di un novanta percento dei miei pensieri potrei fare a meno con vantaggio.
Se metà della mia attenzione è catturata dalla voce che parla nella mia testa, quella metà non è disponibile per notare altre cose. Non mi accorgo di quello che sta accadendo intorno a me. Non odo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e lo scricchiolio degli alberi. Non noto le mie emozioni e le sensazioni nel mio corpo. In effetti, sono cosciente solo a metà.
Solo perché abbiamo il dono del pensiero discorsivo, non significa che dobbiamo tenerlo in funzione tutto il tempo. Questo fatto è sottolineato da molti insegnamenti spirituali. La maggior parte di questi insegnamenti comprende tecniche di meditazione o di preghiera atte ad acquietare il dialogo interno e a fermare la mente. Questo è il significato letterale del termine indiano samadhi: ‘una mente in quiete’.
Inoltre, dicono i saggi, quando la mente è completamente immobile riconosciamo la nostra vera identità. Come ha detto la Chandogya Upanishad tremila anni fa: “ Ciò che è l’essenza di tutte le cose, Quello sei Tu.”
Una scienza della coscienza?
La scienza ha esplorato le profondità dello spazio, le profondità del tempo e le profondità della struttura della materia senza trovare né un luogo né la necessità di Dio. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le ‘profondità della mente’. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio. Non all’idea di Dio che troviamo nelle religioni attuali - che si sono distorte e impoverite nella trasmissione da una generazione all’altra, da una cultura all’altra, da una lingua all’altra - ma al Dio di cui gli insegnamenti parlavano in origine, l’essenza del nostro sé, l’essenza della coscienza.
http://stazioneceleste.blogspot.com/2009/10/scienza-coscienza-e-dio.html
Un sé vacillante
Poiché la sensazione di essere un sé individuale e unico è tanto forte, continuiamo a cercarci un’identità fenomenica. Troviamo un senso d’identità nei nostri pensieri e ricordi, nel nostro corpo e nel nostro aspetto, in ciò che facciamo e in ciò che abbiamo realizzato. Ma un tale sé è perennemente alla mercé degli eventi. Perciò ci diamo tante arie, compriamo una quantità di oggetti di cui non abbiamo veramente bisogno e diciamo una quantità di cose che non intendiamo veramente dire, il tutto per puntellare questo senso di identità fittizio.
Quando questo sé si sente minacciato, tende a mettere in moto la paura. La paura è utilissima quando abbiamo a che fare con una minaccia che riguarda il nostro essere fisico. Non dureremmo a lungo senza di essa. Ma non è una risposta appropriata a una minaccia che riguarda un’identità psicologica artificiale. In questa forma la paura non aiuta, bensì danneggia la nostra sopravvivenza, e in vari modi.
La paura induce stress e di conseguenza porta a varie malattie fisiche, mentali ed emotive. Il timore che venga leso il nostro senso di identità ci porta a giudicare le persone con cui viviamo e con cui entriamo in contatto. Una mente giudicante tende a essere critica e aggressiva, non compassionevole e amorevole. La paura inoltre porta con sé l’ansia. Andiamo in ansia per ciò che abbiamo fatto in passato e per ciò che può accaderci in futuro. E mentre la nostra attenzione si fissa sul passato o sul futuro, essa non è nell’attimo presente.
La più triste e ironica conseguenza di ciò è che l’ansia ci impedisce di trovare proprio ciò che cerchiamo. Fondamentalmente, tutti vogliamo star bene. Naturalmente vogliamo evitare il dolore e la sofferenza e vogliamo sentirci in pace. Ma una mente ansiosa non conosce pace.
Gli altri animali, privi di linguaggio e di pensiero discorsivo, non hanno bisogno di rafforzare un illusorio senso di identità e perciò non conoscono queste paure. Probabilmente si sentono in pace molto più spesso di noi.
Trascendere il linguaggio
Sembra che la medaglia del linguaggio abbia anche un’altra faccia. Il linguaggio è impareggiabile per condividere conoscenza ed esperienza. Senza di esso la cultura umana non esisterebbe. E parlare interiormente a noi stessi può esser utilissimo quando abbiamo bisogno di concentrare l’attenzione su qualcosa, analizzare una situazione o fare dei piani. Ma altrimenti gran parte del nostro pensare è completamente inutile. Quando osservo l’attività della mia mente, trovo che di un novanta percento dei miei pensieri potrei fare a meno con vantaggio.
Se metà della mia attenzione è catturata dalla voce che parla nella mia testa, quella metà non è disponibile per notare altre cose. Non mi accorgo di quello che sta accadendo intorno a me. Non odo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e lo scricchiolio degli alberi. Non noto le mie emozioni e le sensazioni nel mio corpo. In effetti, sono cosciente solo a metà.
Solo perché abbiamo il dono del pensiero discorsivo, non significa che dobbiamo tenerlo in funzione tutto il tempo. Questo fatto è sottolineato da molti insegnamenti spirituali. La maggior parte di questi insegnamenti comprende tecniche di meditazione o di preghiera atte ad acquietare il dialogo interno e a fermare la mente. Questo è il significato letterale del termine indiano samadhi: ‘una mente in quiete’.
Una mente tranquilla è più capace di essere nel presente ed è più in pace. È lo stato naturale della nostra mente, la nostra eredità evolutiva. È lo stato di grazia al quale vogliamo ritornare, lo stato di grazia da cui siamo caduti quando il linguaggio si è impadronito della nostra coscienza.
Inoltre, dicono i saggi, quando la mente è completamente immobile riconosciamo la nostra vera identità. Come ha detto la Chandogya Upanishad tremila anni fa: “ Ciò che è l’essenza di tutte le cose, Quello sei Tu.”
Una scienza della coscienza?
La scienza ha esplorato le profondità dello spazio, le profondità del tempo e le profondità della struttura della materia senza trovare né un luogo né la necessità di Dio. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le ‘profondità della mente’. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio. Non all’idea di Dio che troviamo nelle religioni attuali - che si sono distorte e impoverite nella trasmissione da una generazione all’altra, da una cultura all’altra, da una lingua all’altra - ma al Dio di cui gli insegnamenti parlavano in origine, l’essenza del nostro sé, l’essenza della coscienza.
Questa possibilità è anatema per l’attuale super-paradigma scientifico. È un po’ come quando Galielo disse al Vaticano che la terra non era il centro dell’universo. Ma se c’è nella scienza una certezza, essa è che tutte le certezze cambiano col tempo. I modelli scientifici attuali sono, in quasi tutti i campi, radicalmente diversi da quelli di duecento anni fa. Chi sa come saranno i paradigmi del prossimo millennio?
Una scienza che includesse in sé le profondità della mente sarebbe veramente una scienza unificata. Essa capirebbe l’origine ultima di tutte le nostre paure inutili, capirebbe perché non viviamo la vita nella pienezza del suo potenziale, perché non siamo in pace interiormente. Una tale scienza contribuirebbe allo sviluppo di tecnologie interiori per acquietare la mente e trascendere le nostre paure. Ci aiuterebbe a diventare padroni anziché schiavi del nostro pensiero, in modo da convivere con questo accidente dell’evoluzione traendo profitto dai suoi benefici, ma senza permettergli di riempire la nostra mente al punto di farci perdere di vista altri aspetti della nostra realtà - ivi inclusa la nostra vera natura interiore. Non è forse questo un programma che vale la pena di realizzare?
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Peter Russell, che è una delle figure di punta dello Human Potential movement, è membro dell’Institute of Noetic Sciences, della World Business Academy, della Findhorn Foundation ed è membro onorario del Club di Budapest. Fra i suoi libri:Il risveglio della mente globale. Dalla società dell’informazione all’era della coscienza (Apogeo/Urra, 2000), From Science to God, Waking Up in Time e The Consciousness Revolution (con Stanislav Grof ed Ervin Laszlo). Ken Wilber lo ha definito ‘una delle più belle menti del nostro tempo’.
Il suo web site è www.peterussell.com
Questo articolo è apparso originalmente su “New Renaissance” magazine, (www.ru.org)
Traduzione di Shantena Sabbadini.
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.
martedì 13 aprile 2010
LA REALTA' E' UN'ILLUSIONE di Lucio Giuliodori
La prova della non località quantistica e, di seguito, l'effetto entanglement che ne deriva sembrano davvero il nodo essenziale che possa riunire le parti di una stessa conchiglia o di uno stesso cervello, sebbene rivolte in direzioni diverse. La scienza e lo spirito. E questo senz'altro solleva innumerevoli riflessioni. Non è un caso, che il noto fisico David Bohm incontrò ai confini della fisica, l'atrettanto noto maestro spirituale Jiddu Krishnamurti. E' ancora davvero il caso di stare a discutere su chi dei due avesse ragione?
Stiamo parlando di quella che potrebbe rivelarsi la scoperta più sconvolgente nella storia del pensiero scientifico contemporaneo, la quale aprirebbe scenari e possibilità mai ipotizzate prima d’ora. “Nel 1982” – spiega il Prof. Richard Boylan, “un équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha condotto quello che potrebbe rivelarsi il più importante esperimento del ventesimo secolo. Aspect ed il suo team hanno infatti scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente l’una con l'altra, indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di dieci metri o di dieci miliardi di chilometri. E’ come se ogni singola particella sapesse cosa stiano facendo tutte le altre.
Questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi: o la teoria di Einstein che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente. Poiché la maggior parte dei fisici nega la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, l’ipotesi più accreditata è che l’esperimento di Aspect sia la prova che il legame tra le particelle subatomiche sia effettivamente di tipo non locale”.
Nel suo libro La realtà quantistica, Nick Herbert afferma che la non-localizzazione delle particelle spiegherebbe questa loro incredibile comunicazione non mediata né da campi né da nessun altro fenomeno (proprio perché le loro influenze e i loro contatti avverrebbero all’istante). Nessun filosofo e nessuno scienziato avrebbe mai pensato che le categorie di spazio e tempo, si sarebbero potute annullare così facilmente! Nonostante ciò, le quattro forze fondamentali della natura (forza gravitazionale, forza elettromagnetica, interazione nucleare forte e interazione nucleare debole), possono tranquillamente essere descritte senza ricorrere ai concetti della non-localizzazione. Ma allora perché proporre questa teoria? Semplicemente perché le spiega ancora meglio! Parlando della non-località applicata alla forza gravitazionale: come fa la terra a sapere che io ci sono, per tirarmi verso il basso?! Oppure riguardo all’interazione nucleare forte: perché un elettrone rimane intorno al nucleo piuttosto che andarsene altrove? Cioè, come fanno a comunicare? Non solo…
Il modello non-locale della realtà può addirittura condurre la fisica teorica verso quello che è stato il principale obiettivo di Einstein: la definizione di una quinta forza, una superforza che racchiuda e spieghi in sé tutte le altre interazioni della natura. Nel 1964 il fisico irlandese John Stewart Bell, dimostrò l’effettiva esistenza di un mondo non localizzato. In una prova matematica confermata da diversi esperimenti, chiamata “Teorema di Bell”, egli dimostrò che l’ipotesi secondo cui il mondo è intrinsecamente localizzato, è assolutamente errata. Se da tempi antichi, se non antichissimi, questa teoria si dà per scontata (considerandola nemmeno come tale ma come dato di fatto), per lo meno in ambito esoterico, ai giorni nostri sono veramente tanti, e aumentano a vista d’occhio, gli studiosi coraggiosi e i ricercatori all’avanguardia che cominciano ad appoggiarla: pensiamo a Capra, Bateson, Prigogine, Laszlo, Jantsch, Talbot ecc.
D’altronde anche eminenti fisici quali Einstein, Pauli, Bohr, Schrödinger, Heisenberg e Hoppenheimer non erano del tutto contrari ad una visione del mondo arricchita anche da una valenza prettamente spirituale. Arrivare però a dire che la realtà è un’illusione confermando quanto vanno dicendo da millenni le tradizioni esoteriche, sia Occidentali sia Orientali, è veramente rivoluzionario. E’ addirittura esageratamente oltraggioso, quasi ridicolo agli occhi di qualche scienziato legato a modelli di comprensione tradizionali – o forse verrebbe da dire “superati” – se non fosse per la levatura scientifica di colui il quale illustrò ancora più approfonditamente questa incredibile scoperta.
Sto parlando ovviamente di David Bohm, già collaboratore di Einstein e Professore di fisica teorica al Birbeck College di Londra. Da poco scomparso, e già fortemente rimpianto, Bohm, fu uno dei più illustri scienziati dell’era contemporanea. Costui, grazie al concetto di “ologramma” è riuscito a spiegarci in termini scientifici che cos’è il velo di maya di cui la filosofia indiana, ha sempre parlato, illuminando gli occhi di chi ha orecchie attente. Dalle teorie di Bohm, si evince che le energie elettromagnetiche e l’intera realtà fisica, sono create dalla prodigiosa e “magica” natura delle particelle subatomiche, le quali, incredibilmente, si presentano sotto il duplice aspetto di particelle e di onde.
Ciò permette a tali particelle di rimanere in contatto e di venire quindi informate a vicenda, indipendentemente dalla distanza che le separa, la quale dunque, a questo punto, è una pura illusione. Le distanze quindi, servirebbero alla mente, per organizzare meglio i dati sensoriali provenienti dal mondo “esterno”, esse però, tranne che nella costruzione di questo ordine mentale, non esistono in realtà. In sostanza, secondo Bohm, le particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso organismo, e il fatto che appaiano separate, deriva dalla nostra incapacità di vedere la realtà nella sua interezza.
Noi vediamo solo la parte e non il tutto, non riuscendo dunque a capire che il tutto è la parte e la parte è il tutto. Immaginiamo un acquario, al cui interno sta nuotando un pesce. Noi non vediamo il pesce a occhio nudo ma solo grazie a due telecamere, una posizionata di fronte all’acquario, l’altra di lato. All’apparenza sembrerebbero due entità separate, due pesci diversi, uno visto da davanti, l’altro di lato ma guardandoli meglio potremmo scoprire un legame interessante: quando uno si gira, si gira anche l’altro. Ignari dell’esperimento, potremmo addirittura pensare che i due pesci comunicano tra loro, istantaneamente e misteriosamente. Il comportamento delle particelle subatomiche è altrettanto misterioso, e non fa che accreditare l’esistenza di un livello di realtà, del quale noi non siamo minimamente consapevoli.
Grazie agli ologrammi prodotti dal laser, Bohm, in sostanza, è arrivato a scoprire che la minima parte dell’ologramma di un oggetto contiene l’oggetto intero. Tutto ciò è assolutamente sconvolgente. Se noi produciamo l’ologramma di una rosa e poi scomponiamo in piccolissime parti quell’ologramma, non perderemmo mai l’oggetto nella sua interezza, pur avendolo più volte diviso! Esso infatti è contenuto in ogni singola frammentazione, in ogni – a questo punto apparente – divisione della rosa stessa. Karl Pribram, neurofisiologo dell’Università di Stanford, ha avvalorato ancora di più la natura olografica della realtà, grazie a numerosi studi condotti su ratti, a cui veniva asportata una parte di cervello. Nonostante diverse e successive asportazioni infatti, i ratti continuavano a conservare i ricordi, dei quali dunque, in seguito all’esito degli esperimenti, non si può più ammettere un’esistenza localizzata. La stessa capacità umana di attingere all’istante, ad un qualsiasi ricordo, tra miliardi e miliardi di informazioni contenute nel nostro cervello, non fa che avvalorare la non-localizzazione dei ricordi, e quindi la non “catalogabilità” del tempo.
Queste importanti rivelazioni, di parte del mondo scientifico contemporaneo, che per chi ha familiarità con l’energia e le sue incredibili manifestazioni, non sono che l’ennesima conferma di saggezze antiche, possono dunque dirigere il mondo intero verso una convivenza migliore. Se tutto è connesso infatti, è assolutamente controproducente da parte di un essere, provocare il dolore o addirittura la morte di un altro essere. Ad un livello profondo di realtà infatti, Bohm direbbe “implicito”, è come far male a se stessi. Gli indiani parlavano di karma, ma ne parlavano già 3.500 anni fa. Dobbiamo aspettare ancora?
Lucio Giuliodori: http://www.luciogiuliodori.net
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