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venerdì 18 maggio 2012

EINSTEIN... FRASI

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.

Albert Einstein

lunedì 23 aprile 2012

EINSTEIN... FRASI

CONSIGLIATO:

“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non gli permette il volo. Ma lui non lo sa e vola lo stesso.” 
Albert Einstein


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sabato 31 marzo 2012

EINSTEIN... AFORISMI


Nella confusione trova la semplicità, nella discordia trova l'armonia, nel mezzo della difficoltà giace l'opportunità. 


Albert Einstein


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mercoledì 22 febbraio 2012

QUI E ORA... ISAAC NEWTON

Non so come il mondo potrà giudicarmi ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l'oceano della verità giaceva insondato davanti a me.


Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un oceano!


ISAAC NEWTON

martedì 31 gennaio 2012

AFORISMI EINSTEIN

Ognuno di noi viene per una breve visita sulla terra, senza sapere perchè, eppure a volte sente di avere uno scopo divino. Dal punto di vista della vita di tutti i giorni, comunque, c'è una cosa che sappiamo, che l'uomo è qui per l'amore degli altri uomini...per le innumerevoli anime sconosciute col cui fato siamo connessi da un legame di simpatia. Molte volte al giorno mi rendo conto di quanto la mia stessa vita esteriore ed interiore sia costruita sulla fatica dei miei consimili, sia i vivi che i morti, e che devo applicarmi con sollecitudine per restituire quanto ho ricevuto e tuttora ricevo.
 A. Einstein

venerdì 28 ottobre 2011

AFORISMI EINSTEIN... QUI E ORA

Nel mezzo della difficoltà si cela l’opportunità.  
Albert Einstein
  
La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione
Albert Einstein

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venerdì 23 settembre 2011

NEUTRINI PIU' VELOCI DELLA LUCE O DISTANZA ILLUSORIA?


Da ignorante mi chiedo: esiste davvero un limite o è la nostra mente che ha bisogno di crearne uno?

E ancora: se separiamo due corpi o due particelle, esse sono davvero separate  o in qualche modo sono interconnesse? Ricordo in maniera molto vaga un esperimento, secondo il quale, separando 2 particelle e ponendole a grande distanza l'una dall'altra, esse interagivano reciprocamente, o meglio, un'azione compiuta su una di esse aveva risvolti diretti anche sull'altra.


Dunque mi chiedo: invece di parlare di distanza e di spazio tempo tra due corpi, non sarebbe più corretto parlare di interconnessione?


E ancora: invece di guardare ai singoli spostamenti dei corpi, non sarebbe più corretto guardare al modo in cui interagiscono nel far parte di un TUTTO?


ESISTE DAVVERO UNA DISTANZA O SI TRATTA SOLO DI UNA GRANDE ILLUSIONE?
Forse siamo come onde che si guardano intorno in cerca dell'Oceano... o forse non sono un fisico e meglio che non mi faccio troppe seghe mentali.


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martedì 19 luglio 2011

QUI E ORA... ALBERT EINSTEIN

CONSIGLIATO:
"Un essere umano è parte di un tutto che noi chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. " ma l'uomo sente se stesso, i suoi pensieri, le sue sensazioni come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi una sorta di prigione che fa si che noi ci limitiamo ai nostri desideri personali e all'affetto per alcune persone che sono le più vicine a noi. E' nostro compito liberare noi stessi da questa prigione ampliando il campo della nostra compassione, affinchè questo abbracci tutte le creature viventi e l'intera natura nella sua bellezza. Nessuno è in grado di realizzarlo interamente, ma il grande sforzo che questo richiede fa di per se parte della liberazione ed è un presupposto per la sicurezza interiore".
ALBERT EINSTEIN

venerdì 4 febbraio 2011

STEVE HAGEN: FISICA QUANTISTICA E TEMPO. QUI E ORA!

Autore: Steve Hagen, ex ricercatore scientifico, è diventato uno studente Zen nel 1975. Mentre continuava la sua esplorazione nei diversi campi della scienza, ha studiato con insegnanti di Dharma in Asia, Europa e negli Stati Uniti. Oggi tiene conferenze, insegna meditazione ed è fondatore del "Dharma Field Meditation and Learning Center" in Minnesota. È inoltre autore dei libri "Buddhism plain and simple" e "How the world can be the way it is".

Io, la grande Terra, e tutti gli esseri, simultaneamente raggiungiamo la Via. - Buddha
Il tempo è una illusione, sebbene una illusione persistente. - Albert Einstein

Come è stato possibile che l'Illuminazione del Buddha sia avvenuta simultaneamente con tutti gli esseri? Questo evento non si è verificato molto tempo fà? Se si è già verificato, dove è ora? E l'espressione tutti gli esseri non include forse noi stessi?
Nella letteratura buddhista, ci sono molti riferimenti a una sorta di atemporalità nelle cose, nelle relazioni e negli eventi. Il filosofo buddhista Nagarjuna, vissuto nel secondo secolo d.C., in un classico esempio, ci mostra come non possiamo avere un concetto coerente del tempo come entità. Come dimostra nell'opera Basi della Via di Mezzo???, il tempo può essere sperimentato solo come un insieme di relazioni interdipendenti. Il grande maestro Zen giapponese Dogen Zenji porta alla nostra attenzione la stessa percezione nel suo saggio Essere tempo (Being time). Seng-ts'an, il terzo Patriarca del Buddhismo Zen in Cina, termina il suo Aver fiducia nella Mente (Trusting Hearthmind) dicendoci che "le parole falliscono, poiché la Via non è né ieri, né oggi e né domani". E nel classico L'unione di differenza e unità ("Merging of Difference and Unity"), il maestro Zen Shih-t'ou inizia dicendo che "la mente è intimamente connessa tra est e ovest". Un evento del genere deve avvenire necessariamente al di fuori del tempo.

Ciò nonostante, noi guardiamo comunemente al mondo, e all'esperienza che ne facciamo, in modo lineare - come se le cose fossero poste in fila, dal passato, attraverso presente, verso il futuro. Qualcosa che succede ora crea un effetto in un momento successivo. Questo, pensiamo, è come le cose sono e debbono essere.

Quale tra questi punti di vista è più in accordo con ciò che la scienza ci offre oggi. E quale riflette più accuratamente come il mondo è realmente?

Alcuni fisici hanno recentemente mostrato un rinnovato interesse per un particolare modo di concettualizzare il tempo e lo spazio, schema che è stato introdotto sin dagli anni quaranta. Un modello di questa teoria riduce a due le tre dimensioni dello spazio, mentre il tempo viene proiettato nella terza dimensione.

Secondo questo schema, tutto ciò che noi chiamiamo ora - cioè, la puntuale disposizione delle cose e degli eventi - è considerato come disposto in un singolo piano. Ovviamente, questo piano - essendo il momento presente - non sta fermo. Piuttosto, sale verso l'alto nella terza dimensione, come un ascensore - tranne il fatto che in questo caso si sale attraverso il tempo anziché lo spazio. All'interno di questo modello, il passato è tutto ciò che rimane sotto l'ascensore in un dato istante; il futuro - ciò che deve ancora accadere - è ciò che si incontra quando l'ascensore sale a raggiungerlo.

Assumendo questo modello, possiamo immaginare l'insieme di spazio-tempo come un unico blocco tridimensionale, e ciascuna entità come un punto, o una serie di punti all'interno di esso. La vita può essere rappresentata come la linea tracciata attraverso questo blocco mentre si sale con l'ascensore attraverso il tempo.

Alcuni fisici vedono questo modello applicabile anche alla coscienza. Secondo il fisico-matematico, Herman Weyl, "il mondo oggettivo semplicemente è, non accade. Solo allo sguardo della mia coscienza, quando sale lentamente lungo la linea della vita tracciata dal mio corpo, il mondo appare come una immagine fugace che cambia continuamente nel tempo".

Ma perché dovremmo pensare al tempo come puro movimento? Ovviamente nello sviluppo del modello appena esposto, e, in genere, nell'analisi dei fenomeni temporali, i fisici hanno continuato a mantenere l'assunto, comunemente condiviso, che il tempo è ancora un movimento dal passato, attraverso il presente, verso il futuro. Ma mantenere questa ottica presenta alcuni problemi. Per esempio, i fisici hanno scoperto che alcuni fenomeni quantici sembrano andare ritroso nel tempo.

Nello specifico, la scienza ha dovuto tener conto di una particella chiamata positrone. Non si tratta di una entità teorica o ipotetica, ma di una vera particella che si manifesta in molti esperimenti quantici. Un positrone può essere considerato o come un elettrone avente carica positiva (anche se gli elettroni hanno carica negativa) oppure come un elettrone che corre indietro nel tempo. Come vedremo tra poco, quest'ultima spiegazione risolve molti rompicapo che hanno disorientato i fisici per molto tempo.

La soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe dimenticarsi di ogni apparente non-senso riguardo entità che vanno indietro nel tempo, perché da un punto di vista matematico tali entità possono essere viste semplicemente come se corressero "in avanti". Molti fisici hanno cercato di fare proprio questo. Difatti quando hanno iniziato a concepire i positroni come elettroni in viaggio dal futuro, attraverso il presente, verso il passato, immediatamente la loro visione complessiva dell'universo si è molto semplificata. Per i fisici tale semplicità fornisce un forte incentivo a prendere le cose sul serio. Inoltre, guardando le cose con questo approccio retrospettivo, hanno recentemente scoperto che sono in grado di chiarire molti fenomeni quantici non altrimenti spiegabili - fenomeni che li hanno lasciati sconcertati per decenni.

Ma accettare uno schema del genere ci porta a molti altri aspetti sconcertanti. Per esempio, significa che l'universo, in modo concreto, non ha né dimensione né durata. Significa che abbiamo l'Intera Realtà - tutto il tempo e tutto lo spazio - simultaneamente.

In altre parole non c'è nulla che sale e scende le linee tracciate dall'ascensore temporale - non i nostri corpi, non la coscienza, né i positroni. In effetti, non esiste nessuna siffatta linea del tempo. È una illusione, ed è il perno della nostra confusione riguardo il tempo.

Semplificando molto, i fisici stanno ipotizzando qualcosa del genere: quando un elettrone vibra nella nostra cucina, ad esempio, esso emette un segnale che viaggia alla velocità della luce attraverso la dimensione spazio-temporale. Quando un altro elettrone riceve quel segnale vibra in accordo e manda un segnale di ritorno verso l'elettrone nella nostra cucina. Ciascun elettrone ottiene questo tipo di messaggi da tutte le altre particelle presenti in ogni dove - letteralmente da qualsiasi cosa raggiungibile attraverso lo spazio e il tempo. Come risultato di questo processo ogni elettrone conosce la sua esatta posizione e rilevanza nell'universo.

Proviamo ad approfondire il discorso. Poniamo il caso di eccitare un elettrone di questa pagina (chiamiamolo mittente). Esso spedisce un segnale (i.e. emette un fotone che viaggia sotto forma di onda) alla velocità della luce nell'universo, messaggio che può andare non oltre la lunghezza di questa pagina, oppure, raggiungere la galassia di Andromeda lontana due milioni di anni luce. Ma non importa dove o quanto lontano vada, poiché primo o poi il fotone sarà assorbito da qualche elettrone (che chiameremo destinatario). Questo elettrone vibra in risposta e manda un segnale di ritorno all'elettrone mittente posto in questa pagina.

Secondo il senso comune, se il segnale và ad Andromeda, lontana due milioni di anni luce, sembrerebbero necessari quattro milioni di anni luce prima che il segnale ritorni indietro.

Ma sembra (e molti esperimenti lo confermano), che il segnale di ritorno del destinatario sia ricevuto dal mittente nello stesso momento in cui questo spedisce per primo il segnale. Lungi dall'impiegare quattro milioni di anni, l'intera transazione avviene simultaneamente. Non in un microsecondo, ma nello stesso esatto momento.

In altre parole, l'intera transazione accade ora, al di fuori del tempo. Ora invece del tempo.

Alcuni fisici spiegano questo fenomeno pensando che quando il destinatario riceve un segnale, esso manda il suo messaggio di ritorno indietro nel tempo. E poiché il segnale impiega la stessa quantità di tempo ad andare in un verso e tornare indietro, l'affare si conclude nello stesso istante in qui inizia. Gli scienziati hanno dati sperimentali che supportano tale ipotesi, che essi chiamano l'interpretazione transazionale della meccanica quantistica.

Inoltre, se osserviamo la transazione dal punto di vista del segnale stesso, nessun tempo scorre durante il viaggio di "quattro milioni di anni". Einstein ci ha mostrato che se potessimo portare noi stessi a raggiungere la velocità della luce (a differenza dei fotoni, noi abbiamo una massa, quindi non siamo veramente in grado di farlo, ma facciamo un salto ipotetico per un momento), il tempo rallenterebbe man mano che la nostra velocità aumenta (sebbene, questo non verrebbe da noi percepito) - finché, alla fine, alla velocità della luce, il tempo fermerebbe il suo scorrere del tutto. Agli occhi di qualcuno che viaggia alla velocità della luce, tutto lo spazio attraversato - ogni centimetro o anno luce - sembrerebbe passare in un solo istante, non importa quanto sia lungo il viaggio. Così, dal punto di osservazione di un fotone in viaggio verso Andromeda, il viaggio non ha durata alcuna. In altre parole, per il fotone, Andromeda è proprio qui, in quanto non occorre alcun tempo per andare lì. E il fatto che il messaggio sia qui e lì contemporaneamente, rende il lì indistinguibile dal qui.

Questa affermazione vale per ogni coppia di luoghi nell'universo che possiamo prendere in considerazione.

In altre parole, l'universo non sembra avere intrinsecamente alcuna dimensione o alcun limite di tempo.

Per la nostra mente ordinaria, l'universo appare immenso più di quanto la nostra immaginazione possa comprendere, è antico aldilà di ogni calcolo. Ma per un essere illuminato, non ha senso tentare di qualificare (o quantificare) una Realtà oggettiva in quest'ottica.

Come afferma Huang Po, un grande maestro zen cinese, "È senza inizio, non nata, e indistruttibile. Non può essere compresa in termini di nuovo e vecchio. Non è né corta né lunga, né grande né piccola, in quanto trascende ogni limite, misura, nome, segno o confronto".

L'universo - visto dagli occhi di un risvegliato - non ha una dimensione o datazione inerente. Tutto è compreso nel qui e ora.

Tuttavia, all'interno di questo qui e ora, che non ha estensione o durata, noi sembriamo avere una dimensione e un tempo. In che modo, quindi, il tempo e lo spazio possono effettivamente manifestarsi?

Essi appaiono in quanto risultante della coscienza.

È solo nella nostra costruzione mentale dell'universo - la nostra visione concettuale di esso - che noi ci troviamo di fronte a qualcosa di così vasto e durevole. Tuttavia, nella nostra reale esperienza - i.e. ciò che realmente percepiamo, anziché ciò che concepiamo - quello che abbiamo sempre avuto è solo il qui e ora.

La nostra esperienza è sempre nel presente. Non possiamo letteralmente esistere nel passato e nel futuro - esistiamo solo nell'infinitesimo momento aldilà del tempo, che noi chiamiamo ora. In realtà possiamo solo ricordare il passato e immaginarci il futuro, ma entrambe queste attività necessariamente avvengono ora. E dove potrebbero mai verificarsi se non qui? Qui siamo in grado di concepire un lì, ma in realtà non siamo in grado di andare lì. Ovunque noi pensiamo di andare, in realtà non possiamo mai abbandonare il qui.

Ciò che sperimentiamo come estensione e durata - tempo e spazio - è il risultato del modo in cui la nostra mente opera. La coscienza li produce. In effetti, questo è ciò che la coscienza in realtà è. La coscienza è la divisione di ciò che altrimenti sarebbe sperimentato come il Tutto trascendente lo spazio e il tempo, in tempo e spazio - cioè nella distinzione tra il qui e il lì, tra il prima e l'ora.

Sono le diverse costruzioni mentali che manteniamo, e a cui teniamo, che appaiono come tempo e spazio, estensione e durata. Queste - e tutto il mondo materiale - deriva dalla coscienza, che scodella i concetti di tempo e di spazio dall'oceano che è aldilà del tempo e dello spazio.

Per la mente risvegliata, tuttavia, ciò che è Reale è il Tutto che comprende ogni cosa, aldilà dei limiti di estensione e di tempo. L'essere illuminato vede che questo Tutto non ha alcuna dimensione separata dalla Mente.

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Il Potere di Adesso , Eckhart Tolle Ti consiglio di leggerlo...

mercoledì 2 febbraio 2011

domenica 9 gennaio 2011

venerdì 19 novembre 2010

ALBERT EINSTEIN... SPAZIO E TEMPO

A volte mi chiedo come sia accaduto che sia stato io a formulare la
teoria della relatività. La ragione, credo, è che un adulto non si ferma mai a riflettere sui problemi dello spazio e del tempo, perché queste sono cose su cui ha pensato da bambino. Ma il mio sviluppo intellettuale fu tardivo, e di conseguenza io cominciai a interrogarmi sullo spazio e il tempo quando ero già adulto.
-- Albert Einstein
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venerdì 29 ottobre 2010

Albert Einstein: l'uomo è parte del Tutto

CONSIGLIATO:
          " Un essere umano è parte del tutto chiamato universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualche cosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, sino a includervi tutte le creature viventi e l’intera natura, nella sua bellezza  

  Albert Einsten

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Il Potere di Adesso , Eckhart Tolle Ti consiglio di leggerlo...

martedì 28 settembre 2010

L'ORDINE IMPLICATO di David Peat.

Fonte: http://www.scienzaeconoscenza.it/index.php
"Tutto quello che vediamo intorno - affermò Bohm - la provincia della fisica Newtoniana altro non è che la superficie del mondo, il suo ordine esplicato. Lì giace qualcosa di molto più profondo dal quale si dispiega il nostro ordine esplicato".


Il catalizzatore, di quella che fu la maggiore trasformazione della vita e del lavoro di Bohm, fu scoperto da Saral Bohm, durante una delle loro visite in libreria. Lì, lei venne a contatto con un libro che conteneva la frase “l'osservatore è l'osservato”. Questo suonava esattamente come quel tipo di cose di cui, sempre, Bohm parlava nel contesto della teoria quantistica.

Saral gli mostrò The first and last freedom, (La prima e ultima libertà - Astrolabio 1969 - ndt) scritto dal maestro indiano Jiddu Krishnamurti. Bohm lo lesse il più velocemente possibile, poi prese in prestito altri libri dello stesso autore.

Testimoniavano l'esistenza di un pensatore che aveva visto profondamente e autenticamente nell'essenza del problema umano. […] Avendo sognato a lungo sulla trascendenza, si apriva ora per Bohm un passaggio verso ciò che giace oltre i pensieri. […] Entrò appassionatamente e con tutto il cuore dentro questo irruente mondo esoterico. Nei libri di Krishnamurti trovava un'analisi chiara della natura della coscienza e del meccanismo grazie al quale il pensatore separa se stesso - se stessa, quale entità distaccata, indipendente. […] Le osservazioni di Krishnamurti che “il pensatore è il pensiero” e “l'osservatore è l'osservato” colpirono Bohm in quanto somiglianti con la sua stessa - e di Niels Bohr - meditazione sul ruolo dell'osservatore nella teoria quantistica. Bohm aveva sperimentato personalmente il modo in cui l'osservazione di un determinato pensiero cambia il movimento del pensiero stesso. […]

Il maestro indiano indicava una consapevolezza diretta del piano universale, lo stesso piano che Bohm stava cercando di descrivere nella sua fisica. Non appena ebbero modo di parlare, l'energia focalizzata di Bhom lo rese capace di penetrare e rimanere nell' “indicibile”, allo stesso tempo sollecitando il maestro indiano a chiarire ed espandere il suo insegnamento. […] Le sue conversazioni con il maestro indiano erano così importanti per Bohm che ogni anno lui e Saral andarono a Saanen, in Svizzera, dove Krishnamurti teneva i sui discorsi. Fu durante questo periodo che Bohm gli parlò di fisica. Krishnamurti non si soffermava molto sulla scienza, o su ciò che riguarda la musica, l'arte, la filosofia o la letteratura. In ogni caso avvisò Bohm di “cercare di cominciare dallo sconosciuto”. Per Bohm il tema cruciale era come dissolvere i compartimenti stagni della conoscenza e permettere che operasse qualcosa di nuovo e creativo.

Il pensiero è lo strumento grazie al quale la scienza va avanti, tuttavia, anche, il pensiero controlla il pensatore. La più profonda intuizione scientifica si manifesta, credeva Bohm, solo quando la mente raggiunge uno stato di così intensa energia che gli abituali modelli di pensiero sono dissolti. Il momento creativo di un Archimede, di un Newton o di un Einstein includono la stessa trasformazione di cui parlava Krishnamurti. […]

Egli chiedeva che il pensiero fosse spinto al suo limite, fino a quel punto in cui apre la strada a qualcosa d'altro. Bohm, in ogni caso, credeva che il pensiero avesse ancora un ruolo significativo da giocare. Quando “era portato all'interno dell'ordine”, poteva essere un valido strumento. Pensare era il centro della sua vita, come avrebbe potuto portare avanti la fisica senza? Questa domanda continuava a confonderlo. […]
Bohm era consapevole di un'intensa, attenta capacità di osservazione in Krishnamurti. In particolare aveva notato l'attenzione che Krisnhamurti dava ai movimenti degli occhi. […]

Nel 1974, quando veniva a farmi visita da Ottawa, abbiamo passato diversi giorni a parlare di Krishnamurti. A quel tempo lo provocavo, nello spirito amabile della nostra conversazione, che fino a quando egli stesso non avesse sperimentato lo stato di cui Krishnamurti parlava, la sua discussione sulla trasformazione era ipotetica e vuota. A questo replicò: "beh, lasciamelo dire, ho visto alcune delle cose di cui parla Krishnamurti. Ho guardato la realtà e ho visto che è un'illusione.” 
Molti si sono meravigliati dell'estensione del coinvolgimento con il maestro indiano. La sua comprensione di Krisnamurti era puramente “intellettuale” o dovette anch'egli entrare in uno stato di trasformazione?" […].

Bohm da parte sua arrivò a chiedersi perché tale trasformazione era accaduta solo a Krishnamurti…[…] era davvero libero dai condizionamenti? […]. Perché intorno a lui nessuno aveva sperimentato una trasformazione radicale della coscienza? Per Bohm la mente è “non locale”, perché la trasformazione non si era trasmessa? Nessuno dei suoi ascoltatori lo aveva ascoltato come si doveva? C'erano dei problemi nella sua comunicazione? C'era qualcosa d'incompleto nel suo messaggio? […]

Guardando al passato è difficile determinarlo, ma è certo che mentre alcuni dettero il benvenuto alla vicinanza tra Bohm e Krishnamurti, altri sarebbero stati felici di vedere il crearsi di un dissapore tra i due. […]
Verso la fine della sua vita per esempio[Bohm], parlò delle umiliazioni che aveva subito per mezzo di Krishnamurti il quale in sua presenza faceva delle battute taglienti sui “professori” e non aveva compreso l'importanza del lavoro di Bohm. Se solo, pensava Bohm, Krishnamurti avesse avuto la volontà di ascoltare le sue idee sull'ordine implicato, avrebbero magari trovato un modo di indagare ancora più approfondito. Forse l'idea dell'ordine implicato avrebbe aiutato le persone a comprendere quello che diceva Krishnamurti.

Tuttavia il maestro indiano non sembrò mai prendere troppo sul serio tali cose, definendole probabilmente un altro prodotto del pensiero. Se da un lato i confini del suo ego talvolta si dissolvevano in un'essenza o in piano ben più grandi, dall'altro l'immagine di Se impoverita di Bohm doveva essere difesa.

“Ora sono essenzialmente libero dai miei dolori [al petto ndt] così come sono libero, su K. e quello che dice, di prendere ciò che giusto e lasciare ciò che è sbagliato”
(da una lettera di Bohm del gennaio 1980)

Il pezzo è un mosaico di stralci tratti dal libro:
David Peat, Infinite Potential - The life and time of David Bohm - Perseus Publishing
1997
cura e traduzione di: Elsa Nityama Masetti



lunedì 20 settembre 2010

I MISTERI DELLA FISICA QUANTISTICA

CONSIGLIATO:
Fonte: tratto dall'ottimo sito http://www.quieora.info/home/index.php

La fisica quantistica (la cui nascita si fa tradizionalmente risalire a Max Planck nel 1900) oltre a costituire la teoria fisica più accreditata e potente di cui oggi disponiamo è stata anche la maggiore rivoluzione intellettuale degli ultimi cento anni, che ha definitivamente fatto a pezzi un'idea radicata fin dai tempi di Aristotele: la fiducia nel senso comune.


Facciamo un piccolo esempio: una pallina da tennis lanciata contro una parete con due finestre può uscire passando attraverso l'una o l'altra finestra, ma non attraverso le due finestre contemporaneamente. Tuttavia, un elettrone che incontri una barriera con due fenditure, passa attraverso entrambe contemporaneamente. E non solo.
Nella fisica di Newton e di Maxwell un'onda e una particella sono due oggetti con proprietà differenti; nella meccanica quantistica un elettrone può rimbalzare come una particella e interferire con se stesso come un'onda. Il principio del terzo escluso va dunque a carte quarantotto nella teoria dei quanti, e insieme alla logica classica si devono rivedere profondamente anche altre strutture concettuali (in primo luogo quella di causalità) che contribuiscono a strutturare la nostra visione del mondo.
La fisica quantistica è arrivata a dimostrare che una minima azione su una particella ha immediatamente effetto sulla particella gemella anche se questa è stata spedita a miliardi di anni luce: è il fenomeno dell’ ”entanglement”.
In meccanica quantistica, secondo il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, è impossibile misurare con precisione, a un dato istante, sia la posizione sia la velocità di una particella. Ma immaginiamo una particella che si disintegri in due particelle, che schizzino via in direzioni opposte a uguale velocità: se misuriamo la posizione di una delle due particelle e la velocità dell'altra, riusciremo, unendo le informazioni raccolte, a conoscere sia la velocità sia la posizione di ogni singola particella.
Insomma, due particelle opportunamente predisposte - particelle entangled, come si dice - rimarrebbero soggette a "entanglement quantistico", un intreccio tra particelle, una «correlazione» a distanza che agirebbe in maniera istantanea: si verificano effetti non locali che ci obbligano a rivedere radicalmente la nostra concezione dello spazio e del tempo.



Nel 1982 un équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha condotto quello che potrebbe rivelarsi il più importante esperimento del ventesimo secolo. Aspect ed il suo team hanno infatti scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente l’una con l’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di dieci metri o di dieci miliardi di chilometri. E’ come se ogni singola particella sapesse cosa stiano facendo tutte le altre.
Le particelle subatomiche sono connesse non-localmente. Nel suo libro “La realtà quantistica”, Nick Herbert afferma che la non-localizzazione delle particelle spiegherebbe questa loro incredibile comunicazione non mediata né da campi né da nessun altro fenomeno (proprio perché le loro influenze e i loro contatti avverrebbero all’istante). Nessun filosofo e nessuno scienziato avrebbe mai pensato che le categorie di spazio e tempo, si sarebbero potute annullare così facilmente!

La più spettacolare applicazione del fenomeno dell'entanglement è il teletrasporto quantistico, una procedura che permette di trasferire lo stato fisico di una particella a un'altra particella, anche molto lontana dalla prima. Sembra un'idea concepibile solo in un film di fantascienza eppure, nel 1997 due gruppi di ricerca - uno diretto da Anton Zeilinger a Vienna, l'altro da Francesco De Martini a Roma - riuscirono a teletrasportare un singolo fotone. Nessuno sa con certezza se il teletrasporto si potrà realizzare anche per atomi e molecole, o addirittura per oggetti macroscopici, esseri umani inclusi. Ma questo primo passo già compiuto dischiude orizzonti inimmaginabili fino a pochi decenni or sono. La fisica quantistica rivelerebbe quindi una realtà molto diversa da quella che ci suggerisce la nostra esperienza sensoriale, e molto più ricca di mistero.

Il modello non-locale della realtà può addirittura condurre la fisica teorica verso quello che è stato il principale obbiettivo di Einstein: la definizione di una quinta forza, una superforza che racchiuda e spieghi in sé tutte le altre interazioni della natura.
Nel 1964 il fisico irlandese John Stewart Bell, dimostrò l’effettiva esistenza di un mondo non localizzato. In una prova matematica confermata da diversi esperimenti, chiamata “Teorema di Bell”, egli dimostrò che l’ipotesi secondo cui il mondo è intrinsecamente localizzato, è assolutamente errata. Se da tempi antichi, se non antichissimi, questa teoria si dà per scontata per lo meno in ambito esoterico, ai giorni nostri sono veramente tanti gli studiosi e i ricercatori all’avanguardia che cominciano ad appoggiarla: pensiamo a Capra, Bateson, Prigogine, Laszlo, Jantsch, Talbot ecc.. D’altronde anche eminenti fisici quali Einstein, Pauli, Bohr, Schrödinger, Heisenberg e Hoppenheimer non erano del tutto contrari ad una visione del mondo arricchita anche da una valenza prettamente spirituale.
Arrivare però a dire che la realtà è un’illusione confermando quanto vanno dicendo da millenni le tradizioni esoteriche, sia Occidentali che Orientali, è veramente rivoluzionario.
Colui il quale illustrò ancora più approfonditamente questa incredibile scoperta fu David Bohm, già collaboratore di Einstein e Professore di fisica teorica al Birbeck College di Londra. Bohm fu uno dei più illustri scienziati dell’era contemporanea. Costui, grazie al concetto di “ologramma” è riuscito a spiegarci in termini scientifici che cos’è il velo di maya di cui la filosofia indiana ha sempre parlato.
Dalle teorie di Bohm, si evince che le energie elettromagnetiche e l’intera realtà fisica, sono create dalla prodigiosa e “magica” natura delle particelle subatomiche, le quali, incredibilmente, si presentano sotto il duplice aspetto di particelle e di onde. Ciò permette a tali particelle di rimanere in contatto e di venire quindi informate a vicenda, indipendentemente dalla distanza che le separa, la quale dunque, a questo punto, è una pura illusione. Le distanze quindi, servirebbero alla mente, per organizzare meglio i dati sensoriali provenienti dal mondo “esterno”, esse però, tranne che nella costruzione di questo ordine mentale, non esistono in realtà.



In sostanza, secondo Bohm, le particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso organismo, e il fatto che appaiano separate, deriva dalla nostra incapacità di vedere la realtà nella sua interezza. Noi vediamo solo la parte e non il tutto, non riuscendo dunque a capire che il tutto è la parte e la parte è il tutto.
Immaginiamo un acquario, al cui interno sta nuotando un pesce. Noi non vediamo il pesce a occhio nudo ma solo grazie a due telecamere, una posizionata di fronte all’acquario, l’altra di lato. All’apparenza sembrerebbero due entità separate, due pesci diversi, uno visto da davanti, l’altro di lato ma guardandoli meglio potremmo scoprire un legame interessante: quando uno si gira, si gira anche l’altro. Ignari dell’esperimento, potremmo addirittura pensare che i due pesci comunicano tra loro, istantaneamente e misteriosamente. Il comportamento delle particelle subatomiche è altrettanto misterioso, e non fa che accreditare l’esistenza di un livello di realtà, del quale noi non siamo minimamente consapevoli.
Grazie agli ologrammi prodotti dal laser, Bohm, in sostanza, è arrivato a scoprire che la minima parte dell’ologramma di un oggetto contiene l’oggetto intero, come accade matematicamente nei frattali. Se noi produciamo l’ologramma di una rosa e poi scomponiamo in piccolissime parti quell’ologramma, non perderemmo mai l’oggetto nella sua interezza, pur avendolo più volte diviso! Esso infatti è contenuto in ogni singola frammentazione, in ogni – a questo punto apparente – divisione della rosa stessa.
La stessa capacità umana di attingere all’istante, ad un qualsiasi ricordo, tra miliardi e miliardi di informazioni contenute nel nostro cervello, non fa che avvalorare la non-localizzazione dei ricordi, e quindi la non “catalogabilità” del tempo.
Queste importanti rivelazioni di parte del mondo scientifico contemporaneo non sono che l’ennesima conferma di saggezze antiche e possono dunque dirigere il mondo intero verso una convivenza migliore.
Se tutto è connesso infatti è assolutamente controproducente da parte di un essere provocare il dolore o addirittura la morte di un altro essere. Ad un livello profondo di realtà che Bohm definirebbe “implicito”, è come far male a se stessi.

( Tratto da: Lucio Giuliodori.)


domenica 19 settembre 2010

UNA FRASE DI EINSTEIN... SU DIO... SULLA MENTE...

CONSIGLIATO:
La più bella e profonda sensazione che noi possiamo provare è la sensazione del mistico. E questo misticismo è ciò che sta alla base di tutta la vera scienza. Se esiste un concetto come quello di Dio, allora è un sottile spirito, non l’immagine dell’uomo che così tanti hanno fissata nella loro mente. Nella sua essenza, la mia religione consiste in un’umile ammirazione per questo infinito e superiore spirito che rivela se stesso nei minimi dettagli che noi siamo capaci di percepire con le nostre deboli e fragili menti”.
A.Einstein


giovedì 17 giugno 2010

Juddu Krishnamurti e David Bohm. Incontro tra misticismo e scienza

Juddu Krishnamurti (1895-1986) è un filosofo e un mistico che da leader predestinato della Società Teosofica ha saputo rinunciare a questa posizione di preminenza istituzionale per farsi portatore di un insegnamento basato sulla ricerca personale della verità. David Bohm (1917-1992) è un fisico, un filosofo, un mistico, un attivista sociale statunitense, che ha speso cinquant’anni a investigare l’affascinante teoria che tutte le parti dell’universo sono fondamentalmente interconnesse, e formano un tutto ininterrotto, un flusso continuo; ha creato delle teorie che si estendono alla religione, alla filosofia, alle arti, alle scienze umane oltre che a numerosi campi scientifici. Dal loro sodalizio è scaturita una visione della realtà che cerca di declinare in modo nuovo il rapporto tra le intuizioni della religiosità e della mistica e le rigorose teorie della scienza.
Al momento del loro incontro, Jiddu Krishnamurti viene da una radicalità di esperienza mistica e di vita. Nato l’11 maggio 1895 a Madanapalle, un piccolo paese vicino Madras, nell’India Meridionale, nel 1905 perde la madre, e nel 1909 si trasferisce con il padre Narianiah ed i quattro fratelli sopravvissuti ad Adyar, dove vivono in una una capanna in condizioni molto miserevoli. In quei pressi si trova il quartier generale della Società Teosofica, di cui è presidente Annie Besant. Un giorno Charles Leadbeater, suo stretto collaboratore, vedendolo, appena quattordicenne, mentre con il fratello Nitya fa il bagno sulla spiaggia di Adyar, ispirato dai poteri di chiaroveggenza di cui si ritiene dotato si convince di aver trovato in lui il ragazzo attraverso il quale la Divinità si sarebbe manifestata. Per questo motivo, nel 1910, la Besant chiede ed ottiene da Narianiah la tutela legale di Krishnamurti e di Nitya. Considerato l’ultimo Iniziato vivente in attesa della venuta del futuro Maitreya, Annie Besant lo tiene vicino come fosse suo figlio e lo alleva con lo scopo di utilizzare le sue capacità come veicolo del pensiero teosofico. Nel 1911 viene fondato l’Ordine Internazionale della Stella d’Oriente, di cui Krishnamurti è messo a capo, e il cui intento è quello di preparare l’avvento del Maestro del Mondo. I due fratelli sono trasferiti in Inghilterra dove vengono educati ed istruiti alla maniera inglese ed iniziati alle dottrine esoteriche della Teosofia.  Negli anni a seguire Krishnamurti comincia a tenere le sue prime conferenze e ad dispensare i suoi insegnamenti ai membri dell’Ordine; ben presto tuttavia inizia a mettere in discussione i metodi teosofici ed a prenderne le distanze, sviluppando un proprio pensiero indipendente.  Nel 1922 si trasferisce, sempre accompagnato dal fratello, ad Ojai, in California, dove per la prima volta ha luogo quello che viene chiamato il “processo”: per diversi mesi Krishnamurti soffre di svenimenti e dolori intensi alla nuca e lungo la colonna vertebrale, eventi che vengono interpretati come necessari per la sua trasformazione spirituale, e che egli poi racconterà come parte della sua straordinaria esperienza mistica; essi continuano a verificarsi anche in seguito, e soprattutto attorno al 1961. Nel 1925 Nitya, da tempo ammalato di tubercolosi, muore, lasciando il fratello in un profondo sconvolgimento. In questo periodo aumenta notevolmente l’insoddisfazione di Krishnamurti nei riguardi della Teosofia e delle sue pratiche; finché nel 1929, in occasione di un raduno della Stella d’Oriente tenutosi in Olanda, alla presenza di più di 3000 fedeli, Krishnamurti scioglie l’Ordine, proclamando che “La verità è una terra senza sentieri” e che non la si potrà mai ottenere attraverso nessuna organizzazione, chiesa, maestro o guru.  In seguito chiude ogni suo rapporto con la Società Teosofica e, pur volendo restituire tutte le donazioni ricevute dagli adepti – si parla di ingenti somme di denaro e di diverse ville e terreni – non gli è difficile trovare nuovi fondi per iniziare la sua nuova attività divulgatrice, grazie ai finanziamenti di alcuni benefattori ed alle vendite dei suoi primi libri: ha ormai maturato la sua verità ed è pronto per diffonderla.


Profilo di Juddu Krishnamurti
Sempre in occasione del discorso per lo scioglimento dell’Ordine, Krishnamurti dichiara: “Il mio unico scopo è rendere l’uomo assolutamente, incondizionatamente libero”. Per i successivi cinquantasette anni egli viaggia in lungo e in largo per il mondo al fine di trasmettere il suo insegnamento liberatorio, rifiutando sempre l’adulazione e lo status di guru. Crea delle fondazioni che servono ad organizzare le sue conferenze ed a pubblicare i suoi scritti e fonda delle scuole – la formazione scolastica è sempre stata una delle sue maggiori preoccupazioni – in India, in Inghilterra ed in America, dove “sia gli alunni, che gli insegnanti possono fiorire interiormente”.
Muore il 17 febbraio 1986 ad Ojai.
Nel 1938 Krishnamurti incontra Aldous Huxley che diviene suo amico e grande ammiratore. Nel 1956 viene ricevuto dal Dalai Lama. Intorno agli anni ‘60 conosce il maestro yoga B.K.S. Iyengar, dal quale prende lezioni. Nel 1984 parla con gli scienziati del Los Alamos National Laboratory in New Mexico, U.S.A. David Bohm trova nelle parole di Krishnamurti dei punti in comune con le sue nuove teorie fisiche e i due danno vita ad una serie di dialoghi che contribuiscono a costruire un “ponte” tra il cosiddetto misticismo e la scienza.
Krishnamurti parla di come nello specchio dei rapporti, umani e con le cose, ognuno può scoprire il contenuto della propria coscienza che è comune a tutta l’umanità secondo il principio del non-dualismo tipico dell’Advaita Vedanta. Sostiene che questo può essere fatto in modo diretto, scoprendo che la divisione tra osservatore e ciò che è osservato è in realtà dentro noi stessi. Proprio questa divisione dualistica, che impedisce la percezione diretta della realtà, è alla base del conflitto e dell’infelicità dell’uomo.
La sua celebre affermazione “la Verità è una terra senza sentieri” può ben rappresentare il nocciolo del suo insegnamento che vuole spronare l’essere umano a liberarsi da ogni strada già tracciata, dal passato, dai dogmi, dalle ideologie, guardando la realtà senza alcun condizionamento. Dal discorso di scioglimento dell’Ordine della Stella, il 3 agosto 1929, a Ommen, in Olanda:

Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una “fede”. La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. Per Krishnamurti la scuola deve essere un posto dove l’insegnante e l’allievo esplorano non solo il mondo esterno della conoscenza ma anche il proprio pensiero e il proprio comportamento per capire il condizionamento che distorce la realtà, perché solo liberi dai condizionamenti si può veramente imparare. Per comprendere è necessaria l’intenzione di non aspettarsi aiuti dall’esterno ma bensi’ di porsi come maestro di se stessi e di scavare per scoprire l’umanità partendo dalla intimità. Alcuni suoi aforismi:
Ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo
Non serve dare risposte, ma spronare gli uomini alla ricerca della verità
La vera rivoluzione per raggiungere la libertà è quella interiore, qualsiasi rivoluzione esterna è una mera restaurazione della solita società che a nulla serve
La rivoluzione interiore va fatta da sé per sé, nessun maestro o guru può insegnarti come.


Juddu Krishnamurti
Bohm sviluppa l’approccio delle onde pilota di Louis de Broglie,  giungendo alla cosiddetta interpretazione di Bohm della meccanica quantistica (nota anche come teoria De Broglie-Bohm). Inoltre apporta significativi contributi alla neuropsicologia e allo sviluppo del modello olonomico del funzionamento del cervello, grazie alla collaborazione con il neuroscienziato di Standford Karl Pribram. Secondo il modello olonomico il cervello opera in modo simile a un ologramma, in conformità ai principi della matematica quantistica e alle caratteristiche dei modelli delle onde d’interferenza. Queste onde possano comporre forme come ologrammi, in base ai dati dell’applicazione dell’Analisi di Fourier per decomporre le onde in singoli seni. Bohm con Pribram elabora un teoria basata su una descrizione in termini matematici dei processi e delle interazioni neuronali: i neuroni sarebbero capaci di leggere le informazioni in quanto queste si presentano sotto forma di onde, per poi convertirle in schemi di interferenza e trasformarle in immagini tridimensionali. In sostanza, noi non vedremmo gli oggetti “per come sono”  –  in accordo con quanto messo in luce dalla teoria della relatività generale – ma solamente la loro informazione quantistica. Nell’universo esiste un ordine implicito (implicate order), che non vediamo e che Bohm paragona ad un ologramma nel quale la sua struttura complessiva è identificabile in quella di ogni sua singola parte; sovrapposto a questo vi è un ordine esplicito (explicate order) che è ciò che realmente vediamo. Quest’ultimo è il risultato dell’interpretazione che il nostro cervello ci offre delle onde (o pattern) di interferenza che compongono l’universo, e secondo tale ipotesi, la localizzazione spazio-temporale degli oggetti è falsa, o comunque illusoria. Poiché Bohm ritiene che l’universo sia un sistema dinamico e quindi in continuo movimento, e siccome con il termine ologramma solitamente ci si riferisce ad una immagine statica, Bohm preferisce descrivere l’universo utilizzando il termine, da lui creato, di Olomovimento. Dopo l’esperimento di Aspect e colleghi del 1982 che rivela una comunicazione istantanea fra fotoni a distanze infinitamente grandi, Bohm, che si era già confrontato con lo stesso problema durante la sua riformulazione del paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, ribadisce come non vi sia alcuna propagazione di segnale a velocità superiori a quella della luce, bensì che si tratti di un fenomeno non riconducibile ad alcuna misurazione spaziotemporale. Il legame tra fotoni nati da una stessa particella sarebbe quindi dovuto all’esistenza di un insieme di variabili nascoste che formano un ordine della realtà che noi normalmente non percepiamo, nel quale ogni cosa (particella) non è da considerarsi come cosa separata o “autonoma”, bensì come facente parte di un ordine atemporale e aspaziale universale, cioè l’Olomovimento. Bohm scrive che “noi dobbiamo imparare ad osservare qualsiasi cosa come parte di una Indivisa Interezza” (“Undivided Wholeness”), cioè che tutto è Uno.

Fonte: tratto dall'ottimo sito http://www.axismundi.biz/?page_id=1287